Quanto si guadagna davvero investendo? I numeri di azioni, obbligazioni, oro e crypto
Cosa dicono i dati storici su azioni, obbligazioni, oro e crypto. Rendimenti reali, drawdown massimi e la regola che cambia tutto: il tempo.

I prospetti commerciali e gli amici al bar raccontano due storie diverse, e nessuna delle due coincide con quello che dicono davvero i dati. La risposta vera, confrontando azioni, obbligazioni, oro e criptovalute sui rendimenti storici, è meno scontata di quello che sembra.
"Su 30 anni il profilo prudente con molte obbligazioni diventa rischioso in senso opposto: non perde denaro, ma probabilisticamente garantisce di guadagnare molto meno dell'azionario." — Paolo Coletti
E il punto di partenza è quasi sempre lo stesso: la fretta è il peggior nemico dell'investitore. Senza un orizzonte temporale ampio, la statistica non ha il tempo di lavorare e ogni oscillazione diventa un'emergenza.
Quello che segue è una sintesi delle analisi quantitative di Paolo Coletti ed Elia Bombardelli, due voci italiane che lavorano da anni sui dati reali invece che sulle proiezioni di marketing. I numeri citati sono storici e verificabili. Spesso scomodi.
100% azionario: il motore
Su orizzonti superiori ai 10 anni, l'azionario non ha rivali. Tra febbraio 2010 e febbraio 2014 il rendimento medio annuo ha toccato il +17,64%. Nei cicli decennali più favorevoli si è attestato intorno al +14% annuo, abbastanza da raddoppiare il capitale in dieci anni esatti. Nessun altro asset, su periodi lunghi e in condizioni normali, avvicina queste performance.
Tachimetro che mostra +17,64% medio annuo dell'azionario tra 2010 e 2014, con grafico in salita sullo sfondo
Il dato regge anche a confronti incrociati: indici come l'MSCI World e l'FTSE All-World, su finestre rolling decennali a partire dagli anni '70, restituiscono rendimenti reali sopra il 6-7% annuo al netto dell'inflazione. In termini nominali, quelli che vedi sull'estratto conto, la cifra sale ben oltre la doppia cifra.
Ma questa potenza ha un prezzo. E il prezzo non è teorico.
Per gli strumenti con cui esporsi all'azionario globale (quale ETF scegliere, quale TER è accettabile, quale logica di replica preferire) c'è il capitolo dedicato agli ETF azionari.
I drawdown: il costo da pagare
Il mercato azionario non sale in linea retta. Febbraio 2009 ha lasciato una cicatrice precisa: -56% di perdita massima dal picco precedente. Più della metà del capitale, almeno sulla carta, scomparso in poco più di un anno. Chi aveva investito 100.000 euro ai picchi del 2007 si è ritrovato a contemplare un saldo da 44.000 sul finire del 2008.
Grafico a cratere rosso che illustra il drawdown del -56% del febbraio 2009 rispetto al picco precedente
Se le notizie catastrofiche ti spingono a vendere nel momento di massimo panico, sul fondo del cratere, hai cristallizzato una perdita che il mercato avrebbe recuperato comunque. In quei momenti il rumore è assordante. Telegiornali, social, forum finanziari spingono nella stessa direzione e fanno sembrare la vendita la scelta razionale. Non lo è.
I dati dicono di aspettare. Il panico dice di vendere. Nella storia dei mercati moderni, dal 1929 in poi, il panico ha sempre avuto torto sul lungo periodo. Anche dopo la Grande Depressione. Anche dopo la stagflazione degli anni '70. Anche dopo il 2008. Il mercato ha sempre recuperato. La domanda non è se recupera, è quanto tempo serve. E se tu nel frattempo sei ancora dentro.
Una nota sui drawdown: non sono eventi rari. Sono parte del prezzo del biglietto. Investire in azionario senza accettare in anticipo l'esistenza di un -50% prima o poi nei prossimi 30 anni significa preparare emotivamente il terreno per vendere proprio quando non si dovrebbe.
Il tempo è l'unica variabile che conta davvero
Non la capacità di scegliere il titolo giusto. Non il timing perfetto di entrata. Non il guru di turno. Il tempo.
Con un orizzonte di 5 anni c'è una probabilità concreta di incappare in una crisi isolata: chi ha investito ai picchi del 2007 ha perso il 5,55% medio annuo per cinque anni di fila. Doloroso, ma matematicamente recuperabile su finestre più lunghe. Con 10 anni o più davanti, Internet Bubble e crisi Subprime diventano oscillazioni in un trend rialzista. Il rischio non è un numero fisso: cambia completamente in base a quanti anni hai davanti.
È qui che molti investitori fanno l'errore decisivo. Calcolano il "rischio dell'azionario" guardando la volatilità di breve periodo, quella che ti propinano i questionari MiFID, e dimenticano che la volatilità a 12 mesi e quella a 15 anni sono fenomeni completamente diversi.
Su orizzonti superiori a 15 anni, l'azionario globale non ha mai chiuso in perdita reale, nemmeno includendo le peggiori crisi del Novecento. Su orizzonti inferiori a 3 anni, ha chiuso in perdita più del 30% delle volte.
La logica completa è quella della strategia a 4 pilastri: ogni fascia di orizzonte temporale ha il suo strumento, e la regola dei 10 anni è il discrimine principale tra obbligazioni e azionario.
Le obbligazioni: meno guadagno, meno panico
Le obbligazioni dentro un portafoglio frenano sia in salita che in discesa. Un'allocazione 70/30 (azioni/obbligazioni) riduce le oscillazioni e rende le perdite temporanee più gestibili emotivamente. Su un drawdown del -40% sull'azionario puro, un 70/30 con obbligazioni di buona qualità di solito registra un -25/-28%. Emotivamente, è la differenza tra "scomodo" e "insostenibile".
Il costo è chiaro: meno rendimento atteso. Le obbligazioni comprano tranquillità, non performance.
C'è però un avvertimento. Su orizzonti molto lunghi, 20 o 30 anni, inserire obbligazioni in portafoglio può essere un errore strategico. Accetti un rendimento atteso inferiore su soldi che non ti serviranno per decenni, quando il tempo da solo farebbe già il lavoro di ridurre il rischio. Il giovane di 30 anni che mette il 30% in obbligazioni "per prudenza" sta rinunciando a decine di migliaia di euro di rendimento composto in cambio di un sonno migliore che probabilmente avrebbe comunque dopo qualche ciclo di mercato.
Il paradosso della prudenza eccessiva
Vale la pena nominarlo, perché è controintuitivo: su 30 anni, il profilo "prudente" con molte obbligazioni diventa rischioso in senso opposto. Non perché perda denaro in termini assoluti. Perché ti garantisce statisticamente di guadagnare molto meno dell'azionario.
Il rischio cambia natura. Non è più "rischio di perdere capitale", è "rischio di non avere abbastanza alla fine". Per un fondo pensione integrativo, o per l'obiettivo di comprare casa tra 25 anni, la prudenza eccessiva non è cautela. È una scelta che riduce il potere d'acquisto futuro in modo silenzioso ma misurabile.
Su orizzonti molto lunghi, non investire in azionario è la scelta veramente rischiosa. Con probabilità altissima ti farà arrivare a destinazione con la metà di quello che avresti avuto. E su 30 anni la metà non è un dettaglio: è la differenza fra la pensione che immaginavi e quella che ti tocca.
L'oro: utile, ma non sempre
L'oro entra in portafoglio tramite ETC (Exchange Traded Commodities), non con lingotti fisici. L'intermediario detiene l'oro a garanzia e traccia il prezzo. Niente compro-oro, niente cassette di sicurezza, nessuna dichiarazione patrimoniale aggiuntiva da gestire.
Bilancia che illustra le due facce dell'oro: salvagente nelle crisi del 2000 e 2008, palla al piede negli anni '80 e '90
Una regola da non ignorare: non superare il 30% di allocazione. Portafogli composti interamente da oro sono pura speculazione, paradossalmente più volatili dell'azionario puro. Negli anni in cui l'oro va male, va male a doppia cifra negativa per stagioni intere. E a differenza dell'azionario non ha un meccanismo strutturale di crescita degli utili a sostenerlo.
La storia recente mostra due facce opposte. Nel 2000 e nel 2008 l'oro ha protetto i portafogli nelle due crisi più dure degli ultimi vent'anni, muovendosi in direzione quasi opposta all'azionario. Negli anni '80 e '90, dopo il picco dei primi anni Ottanta, è collassato ed è rimasto fermo per decenni. Chi aveva il 30% di oro in quel periodo ha visto il portafoglio sottoperformare un classico 100% azionario per quasi vent'anni di seguito.
Non è garantito che l'oro salga quando le azioni scendono. La sua tendenza a muoversi per conto suo offre comunque una diversificazione reale. E nei periodi di alta inflazione strutturale o di crisi geopolitica acuta, è uno dei pochi asset che ha mantenuto potere d'acquisto.
Bitcoin: piccola dose, effetto enorme
Un portafoglio con il 95% in azionario e il 5% in Bitcoin ha sovraperformato il 100% azionario puro, sui dati disponibili dal 2011 a oggi. Anche in un portafoglio conservativo come 65% azioni e 30% obbligazioni, la piccola quota crypto sposta i rendimenti in modo radicale. Non incrementale.
Cinque gocce bastano a cambiare la composizione della miscela.
Grafico roller coaster che mostra il prezzo di Bitcoin precipitare da 120.000 a 70.000 euro in pochi mesi
Il problema è la volatilità. Da 120.000 euro a 70.000 in pochi mesi: 50.000 euro spariti per chi deteneva un solo Bitcoin alla fine del 2021. Perdite flash del -25% in pochi giorni mentre l'azionario non si muove sono eventi normali nel mondo crypto, non eccezioni. Il "battito cardiaco" di chi ha bitcoin in portafoglio è di un altro ordine di grandezza rispetto a chi ha solo ETF azionari.
C'è anche un limite strutturale che pochi nominano: lo storico parte dal 2011. Quattordici anni di dati. Non sappiamo come si comporterebbe Bitcoin in una crisi sistemica come quella del 1929 o del 2008 in versione più estesa. Tutti i ragionamenti su "Bitcoin come bene rifugio" si basano su un campione che non include una vera crisi globale di liquidità a Bitcoin esistente. È un asset adatto solo a chi sa cosa tiene in portafoglio, regge lo stomaco e accetta di operare con un campione di dati limitato.
Quattro portafogli a confronto
| Portafoglio | Rendimento atteso | Difesa dai drawdown | Volatilità | Orizzonte minimo |
|---|---|---|---|---|
| 100% Azionario | Alto | Scarsa | Alta | 10+ anni |
| 70/30 (Azioni/Obbligazioni) | Medio-alto | Buona | Bassa | 5-7 anni |
| 70/30 (Azioni/Oro) | Variabile | Eccellente nelle crisi | Media | 7-10 anni |
| 95/5 (Azioni/Bitcoin) | Estremo | Inesistente | Da infarto | Solo fondi persi |
Nessuno di questi è "il migliore". Ognuno è il migliore per un certo profilo, un certo orizzonte, una certa tolleranza emotiva alla volatilità.
Il rischio che nessuno calcola: la liquidità
L'asset allocation non dipende da quanto vuoi guadagnare. Dipende da quando e perché potresti aver bisogno di quei soldi.
Esempio. Sei investito al 100% in azionario. Hai 30 anni, orizzonte teorico 35+, tolleranza al rischio dichiarata "elevata". Arriva un'opportunità di lavoro all'estero, mettiamo in Olanda. Ti servono liquidi subito per voli, caparra dell'affitto, deposito cauzionale, trasloco, primo mese di vita in una nuova città. 15.000 euro entro tre settimane.
Il mercato è a -40%. Internet Bubble, Subprime, una nuova crisi qualunque: il nome cambia, lo schema no. Sei costretto a vendere in perdita per coprire spese primarie. La perdita teorica diventa reale e definitiva. Non perché il mercato non si sarebbe ripreso. Perché tu non potevi aspettare.
L'allocazione ideale è quella che ti permette di non dover vendere nel momento sbagliato. Non quella che massimizza il rendimento atteso su carta in uno scenario in cui tutto va come previsto.
Significa: prima di chiederti quanto azionario tenere, chiediti quanta liquidità ti serve nei prossimi 12-24 mesi per emergenze e progetti. Quella quota non va in azionario. Punto. È la regola zero, e ignorarla è come calcolare il rendimento di una macchina senza considerare il prezzo della benzina.
Per dimensionare in pratica la liquidità di emergenza (quanti mesi tenere, dove parcheggiarli, con quali strumenti) c'è il capitolo sul fondo di emergenza.
Broker esteri o banca italiana?
I broker esteri operano in regime dichiarativo: vuol dire quadro RW in dichiarazione dei redditi, calcolo manuale di plusvalenze e minusvalenze, gestione autonoma della compensazione. In pratica ti costringono a fare il commercialista di te stesso, o a pagarne uno (200-500 euro l'anno).
Le banche italiane operano in regime amministrato: trattengono le tasse automaticamente a ogni operazione, gestiscono la compensazione minus/plus nei limiti normativi e ti consegnano un estratto conto fiscale già pronto a fine anno. Zero quadro RW. Zero moduli. Zero pensieri.
Per la maggior parte degli investitori retail, la semplicità fiscale vale più dei risparmi marginali sulle commissioni. Il broker estero "low cost" sembra più conveniente finché non passi il primo sabato pomeriggio a riconciliare CSV di operazioni per la dichiarazione, o finché non ti arriva un avviso dell'Agenzia delle Entrate per un quadro RW compilato male.
C'è un'eccezione: chi muove cifre molto importanti (centinaia di migliaia di euro su asset class esotiche) può trovare convenienza nel regime dichiarativo. Per chi gestisce fra 10.000 e 200.000 euro su ETF standard, no. La banca italiana vince. È anche la scelta operativa consigliata dal corso "Educati e Finanziati".
Per la procedura di apertura conto, con condizioni promo per nuovi clienti e setup del PAC, c'è il capitolo apertura conto Fineco.
Tre cose da tenere a mente
La storia guida le stime, ma non promette niente. I rendimenti del +17% annuo sono stati reali. Non sono garantiti in futuro. I prossimi 30 anni potrebbero somigliare ai precedenti, oppure no. Il dato storico è la migliore approssimazione che abbiamo, non una certezza.
Il Piano di Accumulo del Capitale risolve il problema del timing. Investire piccole cifre regolarmente, 200 o 500 euro al mese, azzera la sfortuna di entrare nel momento sbagliato. Non c'è "il giorno giusto" per iniziare a investire. C'è "il prossimo PAC programmato". Su orizzonti lunghi, la matematica del PAC batte quella del market timing per il 90% degli investitori retail.
Le truffe abbondano, soprattutto in ambito crypto. Se una promessa di rendimento sembra troppo bella per essere vera, è una truffa. Senza eccezioni. I rendimenti garantiti del 15% mensile non esistono. I "trading bot" infallibili non esistono. Le piattaforme che promettono di moltiplicare il capitale in tre mesi non esistono come investimenti. Esistono come schemi di Ponzi, e durano finché non saltano.
Trovare il proprio mix
Non esiste un portafoglio perfetto in senso assoluto. Esiste quello adatto alla tua situazione: i tuoi obiettivi di vita, il tuo orizzonte temporale reale (non quello dichiarato), quanto sei davvero disposto a perdere temporaneamente senza vendere, e quando quei soldi potrebbero servirti.
Investire non significa indovinare il mercato. Significa costruire qualcosa che regga anche quando il mercato non collabora. Qualcosa che ti permetta di guardare un -30% sull'estratto conto e dire "lo sapevo" invece di "vendo tutto".
Il portafoglio giusto è quello che ti fa dormire la notte. Tutto il resto sono dettagli numerici.
Domande frequenti
Qual è il rendimento medio storico dell'azionario globale?
Sui cicli decennali storici, l'azionario globale ha reso tra il +9% e il +14% medio annuo, con punte fino al +17,64% nel periodo febbraio 2010-febbraio 2014. I drawdown massimi hanno raggiunto il -56% (febbraio 2009). Il rendimento si materializza solo per chi resta investito durante i drawdown.
Quanto tempo serve per "annullare" il rischio dell'azionario?
I dati storici dell'MSCI World mostrano che su orizzonti superiori a 15 anni l'azionario non ha mai chiuso in perdita reale, anche includendo Internet Bubble e crisi Subprime. Tra 5 e 10 anni si entra in zona grigia. Sotto i 3 anni, la probabilità di chiudere in perdita supera il 30%.
È sensato includere Bitcoin in un portafoglio classico?
Una quota del 5% in un portafoglio prevalentemente azionario ha storicamente accelerato i rendimenti dal 2011 a oggi. Sopra il 5-10% si entra in territorio speculativo non sostenibile per la maggior parte degli investitori retail. Considera anche che lo storico parte solo dal 2011: nessun dato in vere crisi sistemiche.
Conviene un broker estero o una banca italiana?
Per la maggior parte degli investitori retail (10.000-200.000 euro su ETF standard) la banca italiana in regime amministrato è la scelta corretta. Trattenuta automatica delle tasse, zero quadro RW, gestione minus/plus automatica. Il risparmio marginale sulle commissioni dei broker stranieri raramente compensa la complessità fiscale del regime dichiarativo.
Quanto azionario dovrei avere se ho 30 anni?
Dipende dalla liquidità che potresti dover usare nei prossimi 7-10 anni, non dalla tua età anagrafica. La regola corretta non è "100 meno la tua età in azionario" ma "tutto quello che non ti serve nei prossimi 7-10 anni in azionario, il resto in liquidità e obbligazioni brevi". Su orizzonti molto lunghi, troppe obbligazioni penalizzano matematicamente il portafoglio.
Elaborazione su analisi quantitative di Paolo Coletti ed Elia Bombardelli. I contenuti hanno scopo puramente informativo ed educativo e non costituiscono consulenza finanziaria o raccomandazione di investimento. I rendimenti storici non garantiscono performance future.
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